martedì 22 dicembre 2009

COLLEZIONE KERALA ESTATE-ESTATE 2010 (ovvero quella volta che mi sono accorto di essere l`unico occidentale con la gonna)

I sorrisi e gli sguardi che sto collezionando in questi giorni, non li dimentichero` mai. Sono forse l`emozione piu` forte di questa India. Le donne che si portano la mano al viso arrossendo, gli uomini che se la ridono tra di loro -portandomi in giro sicuramente-, ma soprattutto i bambini che tirano il sari della mamma per farle portare l`attenzione su di me...che passo in mezzo a loro e si aprono a mo` di Mar Rosso, manco fossi una Malena nella piazza di Castelcuto`. Il tutto perche` sono l`unico che lo indossa, tra gli occidentali. Ma occidentali di tutto il Kerala, unitevi, mettetevi la sottana, e` un altro mondo. Fate come me, non tradite le vostre origini, ma accogliete la loro cultura. Mettete il Lungi sopra le Converse.

lunedì 21 dicembre 2009

GOD`S OWN CONTRY (ovvero come uscire dall`inferno di Bombay e ritrovarsi nel paradiso del Kerala)

Travaso di emozioni. Quindi non riusciro` a scrivere. Diro` solo che questo e` il paradiso. Io poi son finito nella zona dove nessun santo occidentale s`e` visto in giro. Ho fatto il bagno nel fiume, guidato una canoa, lavato l-elefante, scivolato sulle rocce tra la merda di elefante, indossato il Lunghi e lo continuo a portare tutti i giorni (una sorta di gonna per maschi), disteso con Lunghi ad aspettare il tramonto sul fiume, viaggiato per ore in autobus impazziti sulle buche disseminate, sfogato la diarrea in improbabile latrine nell-orto, etc..., e sono solo al terzo giorno. Una sola foto, mi concedo al grande pubblico, ...ma solo perche` e` praticamente uguale a come la disegnavo da bambino.

mercoledì 9 dicembre 2009

DIO LI FA, POI LI ASCOLTA (ovvero quella volta che farsi tutte le religioni dei popoli in un giorno è stato meglio dell'oppio)

Ora, credo una Bombay citata in giudizio per malessere sociale ed ambientale si possa seriamente trovare addirittura più in difficoltà di Hitler e compagnia brutta al processo di Norimberga. Ma se proprio vogliamo trovare un'attenuante a questa città genocidio di ogni razionalità, questa è la religione. E non è certo quella hindu, cioè non solo quella. Per quella, aspetto Varanasi, per il bagno -figurato nel Ganga- di spiritualità. Ho girato affatto il mondo, ma credo che Bombay sia assolutamente unica come città in quanto patria della più suggestiva, surrealistica e rispettosa commistione tra tre delle sorelle gemelle separate alla nascita più famose della storia. Tra tutte le sorelle, che ne sono tante, -ognuna per spiegarsi, darsi una ragione e non dannarsi, perché siamo al mondo e dovremo restarci- Induista, Cristiana e Mussulmana si ritrovano a Bombay attaccate allo stesso ramo dello stesso albero genealogico. E sembra assurdo come poi nel mondo le cose vadano o siano andate da tutta altra parte. Uno se ne accorge vagamente subito che ti puoi ritrovare ad attraversare la strada intitolata ad un Parsi, schivando un taxi guidato da un Sick incrociando in direzione opposta due occhi di fuoco vestiti di un Burka, e raggiungere Il marciapiede infestato da Vacche che stanno tutti ad accarezzare bloccando il traffico ai piedi di una Cattedrale. Ora, facile, concludere, città grande, caotica, diversa, ognuno porta il suo Cristo, si fa presto a creare un miscuglio di credenze. Ma dovreste vedere che sapore c'ha questo miscuglio. L'apertura, la cosa sconvolgente è l'apertura. Tanto che tu che hai sempre tifato per Cristiana, ti devi sentire in colpa. Va premesso che tutte e tre le sorelle gemelle maggiori hanno il gusto per il kitch, e cioè fiori, noci di cocco, bracciali, foglie, verdure, spezie, tinte e tinture (Induista ha passato tutto il guardaroba alle altre) da portare in offerta a chi si decide di credere. Per non parlare della cosa che si sono inventate di farci togliere a tutti le scarpe, per ogni Cristo, qualsiasi. Che poi quando entri dentro, e ti ritrovi il pavimento più lercio che fuori o passaggi che mettono a dura prova la tua fede di pellegrino a suon di sassi, pietre e pietruzze, non riesci a capirne il senso. Magari perché le scarpe sono impure. Ma questo significherebbe che le samosa e le cocacola vendute dalle bancarelle stanzianti all'ombra della proboscide di Ganesh non siano poi così fritte fritte fritte e multinazionale multinazionale multinazionale. Paradossi, che a cui ho smesso di fare caso. Così alla fine di questa giornata, mi rendo conto d'esser passato dal Mahalakshmi Temple, alla moschea Haji Ali, fino alla Mont Marie Church. Vi lascio solo immaginare l'escursione termica di emozioni, colori e profumi. Senza contare che avrò visto un milione di persone in un pomeriggio, entrato in contatto con un migliaio, scambiato fluidi come il sudore con un centinaio. Ecco spiegato il precedente eccitante spirito comun-denominatore. E poi come recitano le magliette Tantra -che qui vanno tanto di moda- “God is too big to fit into one religion”.

domenica 6 dicembre 2009

SMILE (ovvero quella volta che ho capito cosa raccontare da ora in avanti)

Appena prima di rientrare a casa eccolo un altro sorriso a farmi stare ancora meglio. Poco prima, sulla Pala Mala, un bus Tata s'era incastrato con un camion Tata, così che tra la folla di curiosi spunto io ad accorgermi di un bambino appiccicato con la faccia -quella che col vetro fa le smorfie- sul fondo del bus Tata, m'avvicino e mi regalo il sorriso mettendo la mano mia sopra la sua, a farle combaciare su di un vetro a lente di ingrandimento. Mi prendo pure il sorriso suo smorfiato e me ne vado senza manco controllare se il camion Tata si sia o no liberato del collega porta-persone. Poi l'altro sorriso prima di rientrare, me l'ha dato una bambina colorata su per le scale. Ancora non ho stimato quante persone vivano sul mio palazzo, forse più del mio paese in Italia, ma non importa, ogni sera ne incontri di nuovi e coi bambini son sorrisi, perché tu sei diverso. Magari sono io che mi immagino tutto, ma davvero fossi io uno di quei bambini e ritrovarmi in mezzo ai miei simili uno come me, bho, mi da l'impressione possa essere come vedere un supereroe, un razzismo al contrario, un diverso che la mente ti porta a volergli bene, e sorridergli. Quanti sorrisi, quanti spiccietti, quante fette di pane, ...ed io che son stato finora a parlare di me, di quello che mi manca, di quello che mangio, dei viaggi che farò. Che stupido, che sprecone, più che altro. Sono contento di non aver più scritto di tante altre cose fatte, di un viaggio pazzesco che farò, di Varanasi, del Trident con l'élite della finanza, di un matrimonio a cui mi sono imbucato dove tutti stavano più ubriachi delle tante scimmie che pure ho incontrato fino adesso. Non mi sono accorto di quanto poteva essere semplice fermarmi a raccontare i sorrisi che strappo e prendo e porto a casa della gente. Perché ad ogni angolo c'è quel poco che puoi fare, che non è mai abbastanza, che cominci a fare dappertutto i primi tempi, poi però t'accorgi di essere fuoriluogo, non può funzionare, non è una soluzione, neanche una mitigazione, devi smettere di farlo perché tanto non c'ha senso dare la rupia o il pezzo di pane, non c'ha senso, così decidi di andare avanti a sorrisi, e basta. E se sorride pure Bombay, allora c'è speranza per ogni tristezza.

sabato 28 novembre 2009

FOUR ELEPHANTS LITTLE STORY (or that time when the third elephant teached me to cry from happyness)

When I was a child, my biggest dream was to embrace an elephant. I did't dream to became an astronaut, a fireman or a superhero. Only a great hug with an elephant. But, when I was a child, I didn't know as was muggy, hairy and dirty an elephant. Now, I'm changing my dreams, ...but only after this dreamed hug.
I saw the first one in Delhi (I prefer Bombay, Delhi is big and empty, green and sad), it was walking in Delhi traffic and from my taxi (before Delhi, I hated Bombay-taxi-drivers -for their street ignorance-, now I hate most Delhi-taxi-drivers, it's incredible that in the Capital City, with a modern and western metro-underground, the Government failed to obtain the taximeter use by the taxidrivers, so you must negotiate the fee per each your little movingg and I suggest you to use always my favorite sentence "I'm not a tourist, I live in Bombay/Delhi/Agra/TajMahal/Jaipur"...you must change each time your location)...and from my taxi I could see only its big swinging ass crossing the street. After that, my taxi-driver stopped to pissing on a wall in the leftside of the street, I couldn't miss the opportunity and so, with a perfect Indian-style, I gave him company.
I saw the second one in Amber Fort (very Rajasthan place, a fortress desertic hilltops), it's going to home (the driver home), it was his lucky-day (and my unlucky-day)because in Jaipur there was the political elections and for one day each elephant city could sleep quiet without a tourist wakes-up its (or better, wakes-up its drivers that lives-eats-sleeps on the elephant spine) for a twenty minutes walking called also sixhoundred rupees walking. But, for me, it was important only the muggy-hairy-dirty hug with its big foot. Than, there was more than one hug, because its big head (poor-elephant, his driver had painted -very bad design- its head for tourist entertainment)...its big head was too funny not to touch, with its crazy drunk trunk. So, my dream was realized.
I'll see the forth one in Kerala. After the elephant hug, my new dream is Kerala. I'm looking to plan my Xmas in Kerala, where I can find elephants no painted, no drived.
But the very one, that changed my dreams, has been the third one. I saw the third one only in picture, its name is Teo, it's hanging at Marinangeli Xmas Tree, it's swinging moved by family love, it's nourishing my happyness tears.

giovedì 19 novembre 2009

IL TRIANGOLO SCALENO (ovvero quella volta che dallo zaino lercio dovrò tirare fuori la cravatta per il Trident)

Mosquitos Party in Pali Hill. Mi pare giusto, a festeggiare gli ultimi colpi vincenti nel quartiere. Alla faccia del "Ma, io tre anni che vivo qui, mi sono affidato al sempre efficace buco di culo." (Corrado, Designer, 31 anni, Ex-Malato di Malaria) e del "No, no, in Pali Hill there aren't mosquitos, we live on a hill and than I use the placs Good Knight" (Coraal, IICC, 56 anni, Malata di Malaria). Vicini di casa che se la sono tirata. Io abbandono il discorso, un po' perchè c'ho il Lariam, un po' perchè c'ho paura. Tra qualche ora parto per il mio primo viaggio fuori Bombay, alla ricerca di quello che i benpensanti dicono sia la vera India, ma che io stento a crederci, perchè magari incontro le tigri e l'elefante, la sabbia con le palme, il cammello e le case colorate. Vedremo. Ma non mi venite a dire che l'India non è Bombay. Facile fare il turista nel Rajasthan, di giorno gira sul cammello, compra le pashmine e fa le foto con fachiro. Perché non prova ad attraversare la strada a Bombay, a dormire tra i mosquitos, l'autobus al volo o il treno con la testa di fuori e il vento in faccia. Perchè non viene a Bombay a scavalcare la gente che dorme, a prendere un taxi o trattenere la rabbia di tanto contrasto. Comunque parto. Lo chiamano il triangolo d'oro. Solo che più che d'oro è diventato scaleno. L'avventura in India, sta infatti prendendo pure un'altra piega. Io che ero venuto solo per l'esperienza personale, mi ritrovo a leggere e studiare di banca e di finanza, per davvero. Mi ritrovo, addirittura, a proporre alla Banca di andare alla International Banking and Finance Conference all'Hotel Trident, dove Mr. Subbarao, Governatore della Reserve Bank of India, e l'elite della finanza indiana si ritroverrano Mercoledì 25th. Faccio di più. Col mio debole inglese riesco a chiamare l'organizzazione, farmi entrare da studente, nonchè cancellare per telefono il volo SpiceJet di ritorno. Ebbene si, il trinangolo è diventato scaleno, quando ho rinunciato ad un giorno di viaggio per la finanza. Significa che l'India mi sta passando le sue contraddizioni. Comunque, si parte, e al ritorno -troppo presto-, mi aspetta questo tuffo in giacca e cravatta nell'essima contraddizione, non oso immaginare, macchina della banca con autista della banca, giornata al Trident (viene dopo il TajMahal), cocktail party organizzato da quelli della YesBank e giorno dopo incontro nell'ufficio della Swaritasaccionamadonna Bank. Venerdì 27, ho già programmato un toffo nello slum, per riquelibrarmi. Vado a prepararmi, già lo so che toccherà litigare con tassista, svegliarlo mentre dorme sul sedile posteriore, aspettare che si riprende, sbaglierà sicuro aereoporto. Vado per questo triangolo scaleno, che penso manco Filini avrebbe organizzato così devastante nei finesettimana degli impiegati della megadittagalattica. Taxi da Pali a Santacruz, volo da Bombay a Delhi, rickshaw da Delhi al centro, giorno da vagabondo, sera da Mazzy, sabato mattina alle quattro treno Sleepers (sarà la vera India) per Agra, da Agra in qualche modo al TajMahal, si ritorna, da Agra a Delhi con un'altra vera India di un altro treno (tre ore di viaggio 78RS/-, ovvero un euro e rotti, non oso immaginare, altro che i rotti, ci saranno le pere e pure la merda), notte da Mazzy, giorno da turista con cicerone Mazzy, a mezzanotte di domenica autobus per Jaipur, alle cinque e trenta dovrei essere nella Pink City per l'alba, da Jaipur ad Amber alla ricerca di un elefante, si ritorna a Jaipur, notte in hostel, mattina Jaipur, pomeriggio aereo, sera Bombay. Diciamo che non è il classico giro da turista, Filini questa volta ha esagerato, ma che ci posso fare, mi sento già uno di loro.

mercoledì 18 novembre 2009

BOMBAY DA MANGIARE (ovvero quella volta che feci colazione su una bicicletta e il ruttino della sera fece eco dall'alto di un grattacielo)

Non scrivo perché mangio. Più del tempo che perdo a correre dietro al bus (praticamente non c'hanno un orario fisso, io so che posso prendere una manciata di numeri, quello che passa-passa, ma quando passa, passa col numero hindi sulla facciata, il numero arabo lo trovi solo sulla fiancata, all'ultima porta, così ti ritrovi a ricorrerlo sempre troppo tardi, quando capisci il numero già è ripartito, ti tocca stringere la cartella, buttarti nel buco e prenderti il rinculo), più del tempo che perdo per correre dietro alla lingua (continuo a fare molta fatica, sono pigro, non mi applico, cazzarola, non mi applico), sto perdendo ogni legame con la cara vecchia cucina mediterranea. E del tempo di scrivere, preferisco mangiare. Tanto non riuscirei mai a passarvi quello che vedo, sento, provo. Sto scoprendo anche la Bombay da bere (ieri sera son salito sul palco durante il concerto di una band Hindi Rock, dove Indie non c'entra niente -e quella H non è aspirata, anzi l'influenza Indiana si sentiva benissimo- nel locale di punta BlueFrog), ma alla Bombay da bere, preferisco la Bombay da mangiare. Anche perché a bere, non ci riesco a reggere i ritmi di una generazione perduta, costretta a correre dietro a un progresso monco che fugge e li lascia indietro ingenui e malinconici. A Bombay si mangia in ogni angolo. Potresti riuscire a trovare tante occasioni da mangiare quanti taxi. Ora, i taxi -a cui dedicherò prima o poi un cattivo e crudele commento- sono tutti uguali fuori ma ognuno ti riserva la sorpresa sua dentro che può andare dalla moquette anni settanta -e ti va bene- alla piccola colonia di esperimenti batteriologici -e ti potrebbe andare ancora peggio-, mentre i ristoranti-café-club-garage-bancarelle-officine-biciclette-banchetti-treppiedi-tappeti-lenzuoli-marciapiedi sono tutti diversi fuori ma nessuno c'ha sorprese riservate: puoi andare dappertutto e mangiare qualsiasi cosa. Certo, premetto che forse io sto forzando un po', un poco scellerato, un poco galvanizzato, ma sono ormai un BombayStreetFoodAddicted. Alla faccia dei benpensanti che non si fermerebbero a comprare una Samosa dal portapacchi di una bicicletta (frittella triangolare ripiena di patate e erbe, categoria: snack, voto: 7+, prezzo: 6/-RS) [1EUR=69RS], un Tandoori Chicken ordinato take-away che arriva incartato col foglio di giornale (pollo al forno ricoperto da uno strato di spezie rossastre piccante medio, categoria: pasto, voto: 7, prezzo: 200/-RS), un Dalhi buttato sfuso dentro una bustina di plastica da pesciolino rosso della fiera di paese (poltiglia liquida di gradazioni colori caldi fatta di pomodori, lenticchie e spezie da mescolare a piacere con del Riso -magari Biryani-, categoria: condimento, voto: 7, prezzo: 60RS), un Chopatti/Roti/Naan presi direttamente con le mani loro e da usare con le mani tue a posto delle forchette (pane non lievitato di diversi tipi ma sempre deliziosamente sfogliato a mano, tipo piadina, categoria: pane -e posate-, voto: 9, prezzo: 13/18/20/-RS), Cipolle e Limonetti te li danno con i condimenti sempre da mangiare nell'attesa (cipolla fresca tagliata con limonetti da condimento, categoria: stuzzichino, voto: 8, prezzo: free), Chicken Kebab di tutti i tipi di tutti i nomi che ogni volta è una tombola dove si vince sempre (bocconcini di pollo tenerissimi cotti in diversi controfiocchi, categoria: pasto, voto: 8, prezzo: 200RS), Paneer galleggiante in sbobba verdastra o rossastra a seconda della gradazione spice -e non vi fate ingannare dalla tradizionale segnaletica stradale- (letteralmente “formaggio”, immerso in della salsa dentro pentolame approssimativo, categoria: pasto, voto: 8, prezzo: 150RS), Chai sbollentato in pentole incrostate, setacciato in fazzoletti lerci, travasato in bicchieri sciacquati alla meglio in bettole di garage (vero must a Bombay, misto di the e latte, cremoso, marroncino, in diverse tipologie, amazing, categoria: bevanda calda, voto: 9, prezzo: 4RS), Lassi in bicchiere di vetro comunitario con cannuccia smanettata da tutti e sette i camerieri che ti servono (bevanda a base di latte e spezie rinfrescante, categoria: dessert, voto: 9+, prezzo: 20RS). Potrei continuare all'infinito. I prezzi sono approssimativamente la media tra i posti benpensanti che stanno appesi all'ultimo piano dell'unico grattacielo per chilometro quadrato di ferro e vetro e i posti malviventi che stanno buttati tra un vacca e uno storpio. La differenza di prezzo può essere enorme, quella di gusto non è detto. Il trucco è concedersi tutto. Perché puoi correre a casa veloce dall'ufficio e prenderti due Samosa al volo dallo squallido Raje che te la prende con le mani, ti apre il pane con le mani e te lo unge nella salsa con le mani (20RS, 2pz) oppure puoi metterti carino e sentirti un maraja da Shisha -un paradiso di stile arabo venti metri di ferro e vetro sopra l'inferno- dove in sette ti servono -e senza mani- le cose più buone che ho mangiato finora, di Chicken, Paneer e Moghul, e fumare digerendo l'Arghirè, dimenticando i venti metri sotto di te. Ho provato -e continuerò- l'uno e l'altro, perché rispecchia l'Incredibile!ndia®. Come tutto è simmetricamente incredibile, quando tutto è clamorosamente opposto, dove tutto il contrasto regna incontrastato. E per non pensarci troppo, e per non riderci, e per non piangerci, per adesso, mangio.

giovedì 12 novembre 2009

PIOVE SULLA MIA CAMICIA (ovvero quella volta che pioveva che Ganesh la mandava, il governo l'allarme diramava ma solo di lacrime di gioia si trattava)

Ho appena prenotato. Sei giorni, cinque notti, due voli, due autobus, un treno, un buon compagno per metà tragitto (Mazzy, un abbraccio affettuoso che sicuramente ci sta seguendo da casa), da solo per l'altra metà, Delhi, TajMahal, Jaipur, Amber, ma soprattutto Elefante. Faccio tutto questo per lui, per attaccarmi alla zampotta, abbracciarla e mettermi a piangere per quel sogno stupido che ti porti dietro da bambino e che manco lo zoo e manco il circo t'è riuscito mai a soddisfare. (Parto il venti). Vorrei parlare di tutto e di niente. Delle molte cose che succedono sopra i miei piedi, che accadono sotto i miei occhi e che alla fine sfuggono a tutti gli altri sensi -perchè se te le tieni dentro certe emozioni ti rovinano- non riesco a sceglierne una, due, nemmeno tre. Tante sono andate perse in qualche telefonata, alcune in certe risate, altre in forti silenzi. Nei pianti, no, in quelli certe emozioni restano. Ora ci volevano questi giorni di mari lontani per rendermi conto che mettersi a piangere scoprendo di avere una determinata famiglia fa parte delle cose per cui vale la pena vivere, e a non averci mai pensato prima, quando uno sta davanti allo stesso mare. Ma tornerò e cambierò. E darò un peso a certe cose. Perchè doveva arrivare il ciclone, l'allarme era arancione. Poi il ciclone s'è fermato sulla spiaggia. Ma io mi son bagnato lo stesso. Così ti ritrovi la mattina appena ti siedi in ufficio -e succede tutte le mattine- con la camicia bagnata dalle parole magiche di chi ti vuole bene e ha pensato bene -prima di andare a dormire- di darti delle lacrime come buongiorno -Dio benedica il fusorario-. Volevo parlare di quanto si mangia bene a Bombay, poi mi sono accorto di essere felice e m'è passato l'appetito.

lunedì 9 novembre 2009

PILLOLA BIANCA VINCE, PILLOLA ROSA PERDE (ovvero quella volta che andai dal medico per giocare a dama con le pasticchette)

Non ho scritto in questi giorni perché neanche immaginate che disequilibrio emozionale ti passa questa città. La città degli eccessi, dell'eccessivamente povero, dell'eccessivamente ricco, dell'eccessivamente trentacinque gradi novantapercento umido, dell'eccessivamente aria condizionata a quindici di gradi e di metri al secondo la velocità delle pal(l)e che girano, dell'eccessivamente piccante, dell'eccessivamente se non è piccante il pepe al culo te lo fa venire la mano zozza che te lo porge, dell'eccessivamente sete, dell'eccessivamente sporco, dell'eccessivamente clason, dell'eccessivamente everything in everyplace at everytime. Ogni cosa in India fatta bene e fatta male è eccessivamente fatta bene e fatta male. Black or white. Peccato che spesso uno si ritrova a tornare a casa, quando tutto è andato black, e la voglia di scrivere svanisce, perché ti senti addosso quelle contraddizioni eccessive che la città t'ha scaricato, che devi ancora imparare a conviverci, perché credo proprio non l'abbandoneranno mai, non mi abbandoneranno mai. Oggi vi racconto quella volta che sono andato dal medico per curarmi la tosse e giocare a scacchi. Praticamente la tosse non è passata con l'antibiotico. Mi faccio suggest (to suggest mi piace proprio come suono) un family doctor, sperando di ritrovarmi in un doctor Hibert più che in un doctor Riviera. Alla fine ne scoprirò una brutta copia del primo e una bella del secondo. Sorvolando sulla similitudine che pure in India i pensionati non c'hanno di meglio da fare che venire a trovare il dottore così tanto per fare perdere tempo alla gente che vive e lavora, spiego tutta la situazione al simpatico doctor -diciamo con l'aspetto da uno che da noi potrebbe fare il buon fornaio di fiducia- col mio rudimentale inglese arrivando ad usare parole come like a fire inside me (ma più che un english elementary, mi definisco un english poet, cioè sono alla perenne ricerca di esprimermi con retoriche linguistiche del mezzo per il fine, english poet, non per scelta mia, per scelta della lingua mia, ma poet). Dopo una palpatina. Vi giuro, vi giuro, questo manco m'ha detto niente, ha tirato fuori un po' di blister (in India -grosso produttore di farmaci generici di quantità e qualità- le medicine sono quasi tutte sfuse nei blister che noi troviamo solo dentro la scatola in cartoncino) e m'ha detto di andare dalla ragazza. E' dalla ragazza che è partita la sfida a scacchi. Per andare dalla ragazza bisognava uscire dalla stanza, rimettersi le scarpe che uno s'era tolto per entrare, piegarsi di un buon ottanta grandi e cercare di parlare dal buco di venti per trenta centimetri. Io mi son dovuto mettere in ginocchio quando m'ha attaccato la regina. Praticamente la ragazza parte in quarta, spezzettando le pasticche bianche e rosa, dislocando tutto ai lati di un quadrato immaginario, farfugliando parole che finivano con 500 Rupie. -One moment, please, you must teach me how, what and when I must take these pilloles, like I were a child of six years old- Parte quindi la partita a scacchi. Dai due blister, uscirono fuori, sei pezzi di pasticca bianca ovali, sei pasticche rosa tonde, tre pezzi di pasticca quadrata bianca. Lei rifà il quadrato immaginario, solo che m'accorgo che non erano gli scacchi come credevo, ma il gioco delle tre carte, quello dei napoletani da una parte e gli imbecilli -come si fa ancora a tentare a quel gioco- dall'altra. Forte delle molte puntate di Striscia la Notizia, mi fa due tre volte il gioco lei, lo ripeto due tre volte il gioco io, una volta che non c'ho paura a farmi un trattamento del genere, il how-what-when, mi pare d'averlo capito. -White-pink-withe, monday evening; white-pink, tuesday morning; white-pink-white tuesday evening; white-pink, wednesday morning; white-pink, thursday morning.- Hai detto niente. Da gioco delle tre carte s'era trasformato di nuovo, adesso era un po' fare giocare a memory la nonna di Simona. Le prenderò, magari tolgo davvero il fire inside me, e poi c'è da fidarsi, ne sono un miliardo e quattrocentomilioni, o si riproducono più velocemente di quanti ne ammazzano le medicine, o davvero le medicine loro non fanno poi morire. Oggi in compenso la giornata è stata white. E' stasera che diventerà white-pink-white.

giovedì 5 novembre 2009

MY FAIR LADY (or that time when I understood that my english was too little to safe me from finance sharkes)

My first day. My fair lady. Her name is Rajerheehershsaccionamadonna. This is the problem: on saturday, Adriano, the Italian chief, will return back in Italy for three weeks. He is very nice with me, shows me all trade finance utilities and much more, very nice. But this problem means that I`ll spend the exactly same time alone with the fair lady. She-s very little and thin, dark (ah, I don-t know there are also blond indian famale!?) and or she-s the only professional indian person that I met from my arrive or Adriano created a western finance monster. However, my first job-day was very lucky. Maybe, really, this world about money, banks and financial newspapers is in my blood. The problem is that in the last years I prefered to use my tongue with the girls instead to improve my language. So, the next weeks will be for lika an army calling for a sicilian boy in the twenty century: very hard, a chief that speak a language that you can`t understand and, more, this language forces you to stay at yours orders. The first words have been: "You must understand that we aren-t the Chamber of Commerce, we are two different families, same building, different families, we are a bank". So, after that, I yet understood that at the second floor the air office would be -a little- different than first floor. In first floor there is a very funny zoo of boys and girls callled "The Indo-Italian Chamber of Commerce" (I`m just joking, good guys that work well...but I wasn`t joking about the zoo!). I prefered to stay downstairs, funny air, less important things, less difficult to learn speaking english in that zoo. But, I must follow my fair lady (and, however, she`s also nice, but very professional, therefore this experience could be very important for my english business growth). Coming back to me, I`m staying sit on my blue roller-chair, in my personal office sector, with my official pc, my official e-mail (m.marinangeli@indiaitaly.com), a telephone line also, financial indian newspapers (this is my job for today and tomorrow, hops, today I`m writing this post, therefore...tomorrow), there is Baba that brings a coffee at nine a.m. and an other coffee at two a.m., that`s all. I must follow my fair lady, but I`m a lucky guy. I`m a lucky guy, in a crazy city. (This english post called "My Fair Lady" written in English -without wordreference.com help!- is caused by a Business English World Impact that was a disaster -so, I hope to improve it in this way- and is dedicated to My First Lady that, however, is a multi-languages lover -and, for my sad lucky, also a multi-guys-that-spoke-multi-languages lover-)

mercoledì 4 novembre 2009

SOTTO LO ZAINO LA CAPRA CIUCCIA (ovvero quella volta che per avere la connessione ad Internet mi son fatto leccare lo zaino da una capra)

Guarito, ma non troppo. Allora, fatemi ricapitolare che ho perso il tempo. Allora Lunedì alle 18, m'accorgo di avere la febbre, quella notte quasi mi sento morire, Martedì mattino mi sveglio e vado nella mia nuova casa, ecco, allora addesso è Mercoledì e sono le 16, tre quattro ore fa sono uscito di casa. Quindi, ventiquattrore di riposo totale. Eppure riposo di che?! Non son riuscito a pensare, scrivere, fare. Dormivo, sudavo, stanotte deliravo. Ma stamattina la febbre non c'era più, così mi sono potuto sistemare, il tempo di scoprire che dei minuscoli insettini -innocui, ma tanti- stanno praticamente dappertutto, dentro le mentos, dentro i cereali, dallo zaino esce un specie di millepiedi, dalla valigia una specie di scarafaggio. Credo di dovermi abituare, spero sia una cosa normale, e di non essere capitato in uno squallido posto. Ma no, dai, ho il mio letto a baldacchino indiano, l'armadio, il frigo (che scopro usa anche la signora, che quindi entra nella mia zona, ma va bene pure questo), il bagno per me (che scopro usa anche la signora, se l'altro è occupato, ma va bene pure questo). Ieri anche con la febbre, esco nel mercato per comprarmi qualcosa da mangiare, ovviamente non trovo nulla che la frutta (banane, mele, arance, tipo tre banane fanno dieci rupie, che sarebbero quindici centesimi). Vado avanti a frutta e cereali (fin quando non scopro la colonia degli insettini). Per la sera, dopo che la signora insiste a prepararmi da mangiare, io mi giustifico dicendo che ancora non ero entrato nell'alimentazione indiana, e perché entrarci mentre sto male, conosco l'altro inquilino -Amid- un simpatico ragazzo indiano che ci pensa prontamente lui con molto savoir-faire a convincermi a mangiare qualcosa per poter prendere gli antibiotici. Ecco ho ceduto. Questi giorni, mai avevo provato la loro cucina. Proprio adesso. Così si passa la febbre, arriva la diarrea, magari. Ecco, la signora parte. Dopo poco, torna con mani infarinate, una specie di mattarello sottile da una parte, un cucchiaio con un assaggio nell'altra. Qua fanno così, non è questione di poca igiene, è proprio così. Che fare, tanto ci devo stare tre mesi, prima o poi. Ecco, provo la sbobba, sperando non l'avesse provata anche lei. Mi stupisco è buona. Però cazzo, è piccante, ed io avevo per fortuna detto NO SPICE, quindi figuriamoci i loro canoni. Do il mio nullaosta ai preparativi. Poco dopo, torna con una improbabile ciotola, cucchiaio di coccio gigante, sbobba di riso, collante giallo e colori verdi dentro, nell'altra mano una piccola piadina di farina integrale, tipo. Matteo, ti tocca. Mentre comincio ecco che mi chiama Simona, con suo tempismo perfetto -non so come cazzo fa, ma è magica- precisa perché con qualcuno dovevo condividere quel momento. Io malato da un giorno, impaurito, denutrito, sudato, pallido, con in mano della sbobba indian kitchen in utensili indian style lavati con indian care. Condivido l'emozione di quel pasto, che bello. Ma che buono pure, alla fine. Non è venuta poi neanche troppa diarrea a seguito. Dovrò capire i prossimi giorni, cosa mangiare, se mangiare, dove cucinarlo, come, visto che provviste non ne posso tenere a quanto pare, solo bevande (che poi riposano in un frigorifero dove comunque quegli insettini resistono pure al freddo). Ora sono seduto in un Cafè a Bandra, aspetto le cinque, devo andare a Khar East, ci sono appena stato per prendere la connessione internet wireless Tata, ma m'hanno detto di ritornare alle cinque. Incredibile, come debba andare in una zona così degradata per prendere diciamo qualcosa di evoluto per i loro standard. Anche qui la contraddizione. L'unico posto dove prenderla in questa zona -ricca- comunque, dove convivono star di Bollywood, nuovi borghesi e soliti poveracci, il Tata Indicom Shop si trovi in un groviglio di strade piene di buche, immondizia ai margini, marciume e capre. Si capre. Cazzo, sto pensando di tagliare un brandello del mio zaino (per ora l'ho solo lavicchiato con dell'Amuchina). Praticamente facevo la fila per l'ennesima bottiglia di LEMON-COCA-SPRITE (25RS-0,38EUR), un premuroso Indiano mi bussa sulla spalla, mi giro, lui indica poco più giù della cinta mia, ed ecco questa puttana di una capra (che tanto mica è sacra) a ciucciarmi lo zaino (sapete quei pezzi che ciondolano per regolare le spalliere), per fortuna me la scansa lui, corro a prendere il primo taxi per fuggire da quel marciume di posto, scappo ma tanto ci devo tornare. Si, ci devo tornare. Il posto marcio dove le capre ti ciucciano lo zaino (e penso pure che per la capra sia stata una bella ciucciata pensando alla sua dieta quotidiana di immondizia, che poi immondizia di seconda mano, perché la prima immondizia se la beccano i più poveri -gli umani-, poi tocca alle capre, quindi del buon cotone credo sia stata una bella esperienza), il posto marcio dove le capre ti ciucciano lo zaino è pure quello che mi darà la connessione, dove, come e quando voglio col mondo che mi manca. Davvero, c'ho bisogno la sera di staccarmi da questo inferno.

“NO, STO BENE, E' SOLO L'ARIA CONDIZIONATA” (ovvero quella volta che mamma mi chiama in pieno delirio da febbre a quaranta)

Primi giorni di lavoro saltati. Stamattina mi chiama Adriano per sincerarsi di come sto. Come sto?! Sto una merda. Era già tutto di ieri che febbricitavo, un attimo prima del Recital di Musica Classica (che te lo dico a fare che palle, che palle, che palle, organizzato dall'Ambasciata Svedese, tutti vecchi, solo una ragazza degna della nazionalistica fama femminile), mi misuro la febbre (wow, mamma m'ha comprato il Pic automatico per bambini, è una genialata) e c'ho trentotto. Non c'è tempo per inventarsi che sto male, ecco è arrivato, vado. Oltre alla noia, la cosa che m'ha ucciso è stata l'aria condizionata, qua mica si rendono conto, dopo il frebbricitare della giornata (dovuto all'aria condizionata di vari uffici e posti, mi sparano ancora ghiaccio addosso al mio fisicuccio. Finito lo spettacolo, stavo in condizioni pietose, eppure ho continuato la serata. Adriano mi porta in un club esclusivo, cioè una specie di Tennis Club per occidentali o indiani residenti all'estero, una sorta di massoneria credo (anzi lui me l'ha confermato), sulla baia, grande piscina interna ed esterna, club, bar, ristorante, ed è qui che incontro gli occidentali che non vedo mai di giorno. Mangio a mala pena la pizza. Comincio a pensare, adesso mi prendo un'Aspirina e domani passa tutto vado al lavoro. Comincio pure a pensare, che VOLPE com'è la mamma, dentro la valigia c'avessi tutto l'occorente per malattie spongiformi, guasti irreparabili all'apparato muscolo scheletrico, persino sieri per morsi di scimmie impazzite velenose (cioè roba che esiste il siero e non la scimmia velenosa). Infatti mi viene in mente l'avversione della mamma, verso l'Aspirina, ma perché essendo io allergico al Paracetamolo, allora dell'Aspirina (pur non contenendone) ne ho viste poche in vita mia. Adriano mi porta a casa sua a cercare st'Aspirina, casa da Manhattan Upper East Side, incredibile, ogni giorno mi stupisco di certe contraddizioni, è un appartamento davvero alla Grande Mela, con grattacieli intorno che manco io di giorno m'ero accorto ci fossero (magari la pietà m'ha trattenuto lo sguardo alle fondamenta). Non c'è l'ha. Torno all'hotel a piedi. E' molto vicino, ma fatico a camminare e a parlare al telefono con Simona (attenzione lei mi sarà d'aiuto). In hotel le provo tutte dal front-office a due fotografi americani, ma niente non c'hanno niente per fever-flou-headache. Non ce la faccio più, mi sento la febbre impazzire, scendo in strada, dico al portantino dell'albero di tradurmi in hindi al taxista di portarmi da una farmacia aperta, c'è. Andiamo, entro, ovviamente non mi aspettavo le nostre, ma comunque l'India è un grande e buono produttore di medicinali, soprattutto generici. Trovo il surrogato dell'aspirina, si chiama Lemonade. Leggo la composizione. Accidenti c'è il paracetamolo. Qui entra in gioco Simona. La chiamo, lei c'è, c'è sempre, fantastico. Traducimi ASPIRINA, fai search su google ASPIRINA INDIA. Lei fa di più mi trova il principio attivo dell'aspirina, un certo ACIDO CITROSACCIONAMADONNA. Ma gli Indian Chemists, niente. Allora sai che fate, farmacisti del cazzo, che Ganesh calpesti con la sua zampina delicata, PUT ON THE DESK ALL BAYER PHARMS. Così eseguono. Questo no, questo no, questo no, poi esce fuori un CITROZINE HYDROSACCIONAMADONNA, dai la traduzione era approssimativamente quella, SACCIONAMADONNA era uguale, ne prendo una, anzi me ne faccio dare due. Il taxi mi riporta in albergo in stato pietoso, contento di aver trovato l'aspirina, estasiato -quello sempre- da una lontana ma vicina Simona, il tempo di buttarmi sul letto e rendermi conto che tutta la pantomina non è servita a nulla. Cosa può l'Aspirina o il saccinamadonna Indiano contro 39.7 C°. Nulla. Fatto sta che mi calo giù due pasticchette di saccionamadonna, una trentina di gocce di Novalgina, ma niente, puri stadi d'alterazione mentale, ebolizzione corporea e paura. Stavo male come poche altre volte in vita mia (infatti da qui la lezione per il futuro di non fare più la vittima per ogni piccolo dolore), stavo solo, alone, alone, alone, a Mumbai. Mi prometto di chiamare l'ospedale ad ogni mezz'ora, non ci riesco mai, cazzo, dovrà abbassarsi. Niente. Prima di lasciarmi andare al delirio notturno, mi premuro di mandare un sms alla fida Simona, mentendo, per non farla preoccupare (ovviamente vengo scoperto). Arriva il delirio notturno, arriva la chiamata di casa, e lì il genio che c'è in me s'è staccato da quel corpo morente e si intrattenuto in brevi e false parole -Sto bene, mi manca solo un po' la voce con l'aria condizionata, etc...etc...-. La notte poi continua di capovolta in capovolta, di sudata in sudata, di follia in follia. Riesco forse a dormire un'oretta verso le ultime ore della notte. Sono ormai le sei, non importa quanta febbre, devo fare la valigia e andare dall'altra parte della città nella nuova e definitiva sistemazione. Trentotto e mezzo. Ma si va, devo andare. Non vi dico, prendersi la polvere del traffico di Mumbai in quelle condizioni viola la carta dei diritti dell'uomo. Arrivo, forse ho fatto la scelta sbagliata, forse era meglio la camera più costosa, ma questa non è male, dai, è più Indian Style. Pago, e tutto, pronuncio poche parole, poi dico a tutti che devo riposare che mi sento male. Mi lascio andare alla paura, si un po' m'è venuta, e dormo.

lunedì 2 novembre 2009

E.T. CERCA CASA (ovvero quella volta che mi sono sentito un alieno a cercare casa a Mumbai)

Premetto che alieno mi ci sento da appena atterrato, a Mumbai non ci sono i turisti che m'aspettavo e fanno bene. La vera India è altrove. Qua c'è miseria e nobiltà, di quelli che non c'hanno mai provato a farcela e di quelli che sono nati già per farcela. Così da alieno mi sono trovato a fare la cosa più difficile a Mumbai, trovare una sistemazione decente. Diciamo che uno non bada a spese per stare bene, però ci sono tanti fattori di mezzo, il pensiero che cinquanta euro di più potrebbero servire per un volo dall'altra parte dell'India ti fa scoprire incredibilmente taccagno. Eh, si, perchè qua tutto costa poco, ma la bolla immobiliare è pazzasca. Mettici poi che sono straniero, e lì c'è il trattamento a parte (pure il biglietto del treno, per esempio, tanto lo prendo solo io, non incontro mai mai nessuno, neanche indiani con la cravatta o donne con sari pregiato). Mettici soprattuto che sono emigrato al nord, come qualsiasi terrone, bye bye bombey del sud, hello bombey del nord. Trovo già qualcosa di nuovo, più occidente diciamo, ma restano le scene pietose ai margini (che ometterò sempre, non ce la faccio), i taxi pazzi si trasformazono apette pazze, suonano sempre il clacson ma questa volta vanno impazzendo tra Suzuki, Nissan e Toyota. I soldi sono qui, la vita è qui, i locali, i giovani, ecco la nuova Mumbai -che però deve darsi lo stesso una raddrizzata-. Così tra Bandra West, Juhu e Pali Hill, ET va cercando casa. Di buon mattino attraverso la città col mio solito treno tra un taxi e l'altro, tra una camminata e l'altra. Cinque sei broker hanno il mio numero, l'accordo era -call u next morning or wait that I call u-. Succede però che la sera prima, preso da un impeto di passione e lontanza, mi sparo tutto il credito della mia SIM Indiana (0091-9930760383) con chi sapete voi e mi ritrovo impotente in giro in attesa di chiamare. Devo attendere le 10:00 am, Mumbai per organizzarsi -siccome funziona bene- si può permettere il lusso di metterci ore e tempo, per quanto i più si rialzano dai marciapiedi, improbabili spazzini salvano il salvabile, i negozi prima di quell'ora non aprono. Di tutti i miei contatti, scelgo ad occhi Alì (raccomandato dall'IICC), l'accordo è che mi passa a prendere in moto. Mi passa a prendere in moto? Si, così mi passa a prendere e monto tipo fidanzatina in giro per il solito pazzo traffico. No comment. Ci fermiamo a dare una mano ad una ragazza con le valigie (che due ore dopo chiamerà Alì per parlare con me, e poche cose ho capito, ho detto solo thanks, thanks, credo sia rimasta colpita dalla mia gentilezza, diciamo anche un certo fascino in queste terre). Concludo in breve, di lì verrà una mattinata fenomenale in giro con Alì e il suo assistente, un po' in moto, un po' in risciò, passo dal vedere bettole da film horror anni settanta (10000 Rs – 150 EUR) a un appartamento in un condominio extralusso (dove mi dicono vivono star di Bollywood – 160000 Rs – 240 EUR), alla fine scelgo per la una soluzione prossima all'extralusso, senza star di Bollywood, stesso quartiere, stesso omino vigilante h24, bagno senza turca, letto indian style, speriamo bene, domani mi trasferisco. Adesso scappo che mi aspetta il famigerato Recital di Musica Classica che il direttore megagalattico ci tiene a farmi vedere. Oggi ho sofferto davvero il caldo, forse questi giorni ho strafatto, c'ho la tosse, magari è l'aria condizionata, ma comunque non c'ho coraggio di misurarmi la febbre perché stanotte ho avvertito una distinta puntura di zanzara (e sono ancora al sicuro tra queste mura di marmo). Domani troverò il coraggio.

domenica 1 novembre 2009

MAMMA HO PRESO LE CARAMELLE DAGLI SCONOSCIUTI (ovvero quella volta che sono salito su una macchina abbordato da tre ragazze)

Premetto che capitano tutte a me, pure in India. Ma era prevedibile, qui tutto è incredibile e inspiegabile, figuriamoci se non cadevo e cadrò ogni giorno in qualche strana avventura io che sono un po' ingenuo, un po' incosciente. Premetto pure che incontrare una Toyota Corolla a Mumbai, è come chiedere a quelli che ti puliscono le orecchie per strada di sterilizzarti il ferretto minaccioso. Fermato da una Toyota Corolla, interni in pelle ed aria condizionata a Mumbai, io. Si, è vero. Dentro tre ragazze, ventenni. Da dietro mi avevano scambiato per un indiano -dicono loro, io lo ammetto, ma non ci credo-. Fatto sta, che quella con la S, che guida, viene in Italia tutti gli anni -”my father company” (ah, ecco perché la Toyota), lo scopro perché converte incredibilmente all'istante in Euro tutte le Rupie che mi vengono chieste al telefono mentre continuo a chiamare -seduto sulla pelle con l'aria condizionata- improbabili numeri di impronunciabili broker per impalpabili appuntamenti di immaginari appartamenti (che Ganesh sia con me nella ricerca di questi giorni). Ah, dimenticavo, come son finito dentro la Toyota con le figlie -sfacciate- del capitalismo -di facciata- indiano?! Esaurita dopo poco la -fasulla- richiesta di informazioni stradali, mi danno un paio di numeri per pg and accomodation, poi mi invitano a salire per un non precisato motivo, oppure l'hanno detto e io l'ho scambiato per un -vieni a farti un giro-. E' così che mi portano nel loro quartiere diciamo -chic- (per i loro canoni), comunque ricco, passando prima per quello più povero, ovviamente, come ogni cosa in India ci deve essere il doppio eccesso, everytime, everywhere. Quando già pregustavo di salire nel sfarzoso appartamento del father che c'ha la company, ecco che mi rendo conto che resterà un giro in macchina e un paio di numeri di telefono. Quella volta però, mi son fatto pure una chiacchierata con quella con la V che stava seduta dietro,, che però m'ha fatto segno di stare assolutamente zitto quando le squilla il telefono, eseguo, era la mamma, ha mentito credo, cioè almeno ho capito -mamma- e -adesso torno-, perché l'hindi dei più giovani è contaminato da una bollywoodiana influenza che lo rende a sporco a macchie d'inglese. Scopro che fanno l'università privata (ah, ecco perché la Toyota con i sedili in pelle). Ricominciamo a chiacchierare, ora ci stanno pure quella con la S -che guida- e quella con la A -la più bella, cioè era proprio figa-. Scopro qualche locare per la sera, da un Poison ad un Blue Frog, vedremo. Scopro il nome del film che tanto m'era piaciuto in aereo, in uno spassoso siparietto alla Indovina chi? dove

io rozzamente traccio lo sviluppo del film, si divertono, io scopro il titolo, ma già me lo dimentico. Squilla un altro telefono, quello di quella con la A, si crea allarme, io dico -mama- vado per stare zitto, anzi peggio, stavolta devo stare immobile, non è la mama, ma il boyfriend (ah, ecco finalmente qualcosa che in India va per il verso giusto ed è spiegabile, la ragazza figa c'ha il fidanzato), particolarmente mad and possessive, e zitto, anzi immobile, un altra volta. Poco dopo dico addio alla ragazza di nome A, per me rimarrà A. Insistono per portarmi dove voglio. Alla stazione. Alla stazione?! -Are you crazy?!- Yes, I'm crazy. Praticamente loro non l'hanno mai preso in vita loro a Mumbai (ah, ecco spiegato perché la Toyota con i sedili in pelle e l'aria condizionata), ma io che lo prendo, mi ci portano. Cioè non proprio, devo farmi un altro pezzo a piedi. Bho, magari non gli son piaciuto, da quando le ho detto che prendevo il treno, prima erano state più disponibili, eh, magari con il treno mi son giocato il salto della casta. Bell'oretta, comunque, il tempo anche qui di scoprire che non erano solo i pazzi tassisti ma pure le figlie sfacciate del capitalismo di facciata a fare le pazze con la macchina e con il clacson (il do-on, scopro), mi congedo strappandogli la confessione che volevo e che mezza città desidera “there is the rich and there is the poor”, niente di nuovo per me, ma il modo in cui me lo sbattono in faccia lasciandomi nella stazione della “bad area” mi lascia quell'amara consapevolezza che tutti hanno e che dovrò accettare. Oltre ad aver accettato le caramelle dalle sconosciute, oggi è stata una grande giornata, la prima dopo lo shock (che comunque non c'è stato visto che già ieri m'ero subito buttato sul treno -che esperienza saltare prima che si fermi proprio come loro-). Iniziata la ricerca di una casa, poi m'accorgo che è domenica, e tutti mi danno appuntamento per domani, speriamo. Le cose ho imparato oggi: Bandra è il quartiere che corre più veloce e più a occidente di tutti, non ha caso qui vivono le stelle di Bollywood e i giovani escono, addirittura ho letto di locali dove vestiti tradizionali sono vietati; i “pulitori di orecchia” esistono e c'hanno il ferretto e c'hanno il cotone sulla cintola e c'hanno pure i clienti, pagherò per il servizio -fotografico, però-; l'omosessualità c'è, anzi l'ho notata anche molto più spiccata che da noi, un pomeriggio a Bandra, migliaia di persone, sei coppie di ragazzi che mi si dichiaravano con tanto di mano intrecciata. dichiaratamente gay con mano; il cinema di Bollywood è così importante nella loro vita e cultura -ormai- che al semplice attacchino, che regala alla strada l'ennesima pantomima di tre ore frantuma coglioni di musica, balli e amore da fotoromanzi, il caos si ferma, ai “do-on” non si pensa più, le bancarelle fermano di schiacciare quelle cazzo di canne di bambù puzzolenti e tutti i musi indiani all'insù (l'attacchino dovrà essere un mestiere molto ambito, diciamo paragonabile al classico maestro di sci, presumo, mi informerò) -INTERROMPO LA SCRITTURA PER LA CHIAMATA SUL NUMERO INDIANO, NE VALE LA PENA, -HALLO, ….ARE YOU MARINA?!-, ERA UN BROKER, DOMANI MI ASPETTERA' BIONDA ED EUROPEA-; i ricchi sono ricchissimi, i poveri sono poverissimi, i ricchi sanno dei poveri, i poveri sanno che dei ricchi, ma tutto sembra normale, quindi o le loro divinità sono così brave a inculcare la pace dei sensi che si dovrebbero ribellare oppure la roba che masticano, sputano e altri riprendono da terra ha degli effetti miracolosi che uno non ci pensa a certe cose; i tassisti -si ce l'ho con loro- non solo suonano -do on- come pazzi, ma vanno pure con gli abbaglianti accesi, spiegazioni: o è il solito eccesso indiano, o lo fanno alcuni per compensare quelli che vanno senza luci, o come al solito non c'è niente da capire, siamo a Mumbai. Ultima cosa, oggi ho capito pure che significa avere un capo in ufficio. Era pronto il mio piano diabolico per trasferirmi da questo lusso di merda residenziale in altro lusso ma giovane in attesa di un appartamento in un hotel di Bandra, poi il capo mi manda un sms, mi dice che ha preso un pass per un recital di musica classica, -wow, non sto nella pelle, sono venuto in India, proprio per questo, wow, che emozione, subito, non pensavo già di trovarne uno i primi giorni-, quindi, grazie, ci sarò, mi passa a prendere al solito piano, goodbye piano, welcome Mozart (oddio speriamo Mozart, almeno, o esistono recital di musica classica indiana, I worry it) spero in domani per la casa.

MUMBAI ANNO ZERO (ovvero quella volta che ho pensato adesso come faccio a starci tre mesi)

Che me l'aspettavo, me l'aspettavo. Ma così tanto no. Così tanto no. Non ci stanno formule o parole che mi possano fare sentire a mio agio credendo così di essere riuscito a passare l'idea, l'idea non la passerò mai, neanche la foto, neanche il video, perché poi mancherebbe la puzza, o comunque il caldo. E non posso neanche dire -bisogna vedere per credere- perché non lo auguro a tutti. Non dico a nessuno, perché la giornata di oggi è stata eccezionale, ma non tutti sono capaci. Io mi son scoperto forte, che ero incosciente lo sapevo, ne ho avuto dimostrazione, ma oggi ho capito di essere pure forte. Altrimenti mi sarei rinchiuso nel mio hotel di lusso dove c'è sempre un povero ragazzo chiuso nell'ascensore ad aspettare i clienti. Ma io prima dell'hotel son dovuto passare per un pezzo d'inferno. E proprio come mi immagino l'inferno, che allo stesso tempo ti strazia e ti tenta. Io son caduto in tentazione non curandomene degli effetti. Adesso a tarda sera li sento. Però ho fatto bene a tuffarmi in mezzo a loro. Premessa. IO ERO L'UNICO. Scarpetta bianca da trekking urbano, jeans , camicia, occhiale da sole. Occhiale da sole?! Ero l'unico pure io, pure in quello. Quindi non so, magari i telegiornali locali avranno parlato di me. Non ci sono stati né turisti, né business man occidentali in questo sabato 31 Ottobre -ed io fidatevi ho girato tutte le zone centrali (sottolineo centrali). Così io non è che spiccavo, specchiavo, specchiavo l'altra parte del mondo, come un pezzo di vetro buttato da quest'altra metà della sfera a farle vedere cosa si sta perdendo (o vincendo). La parola che manca dappertutto, non è igene, regole e comportamento (ovvio che quelle non si sa manco dove cercarle) ma è privacy. La parola magica, ma dopo l'esperimento di magia, nel senso che è sparita è privacy. Ma non perché gli indiani siano dei simpatici impiccioni, ma perché vedi gente -che bisognerebbe chiamare con un altro nome perché umani come noi allora siamo dei mostri noi- dorme, vive, mangia, allatta, ride, ama, piange, mendica, truffa, sogna e prega, per strada. Poi magari io la sto facendo tragica, e non ho ancora visto le vere baraccopoli. Ma già mi son fatto l'idea sull'andazzo generale. Certo di gente oggi ne ho vista tanta, e non tutti stavano mezzi nudi e mezzi neri lunghi per strada. La maggioranza vive, normalmente. Certo, poi noi che pure viviamo è normale saltare dal treno in movimento che tanto è tutto aperto, cacciarsi caccole, scarpe, calzini, scorregge e sputi per strada, prendere panini, acquaticci, tisane e verdure da ciotole improvvisate ai bordi delle strade, passare sotto impalcature di legno e di bambù che crescono in alto fin su con sopra appiccati altra gente che lavora normalmente. Starei qui a tentare ore di raccontarvi gli sconforti, i tonfi al cuore e le lacrime che mi son passate. Un fattore pure poi m'è parso significativo, che qua pure i cani randagi qua stanno peggio di quello che dovrebbe essere. Li vedi abbandonati, sembrano morti, dormenti dappertutto, piegati ed interrompono la corsa ad un treno, la fila alla bancarella o l'improvvisato spettacolo teatrale di tre disgraziati dieci anni, sommando. Ma, ripeto, magari è normale. Così adesso che sto scrivendo l'aria condizionata, scrivo, bevo birra, la televisione gira, le lenzuola sono bianche (oddio ocra), sentite persone care al telefono, addosso profumo, c'ho pure voglia di fare l'amore, così adesso ci ripenso un'altra volta a come farò a starci tre mesi. Ma siccome so che ce la farò. Allora, ho già smesso di pensarci e provare a viverlo quest'inferno. Cercherò di rendermi plausibile qualsiasi cosa, anche se i taxi impazziati e sono luridi e sono vecchi e sono pericolosi e sono indispensabili non si per quale cazzo di motivo suonino il clacson ad ogni istante, ogni, ogni, un paese di queste potenzialità che non ha fretta lui di abbandorarsi a certo schivo devo essere riempito di questi scarafaggi con i bordi gialli che fracassano l'aria e l'anima di una Mumbai che -abbandonata, straziata e puzzosa- si meriterebbe molto peggio di questo caos di gas e decibel.