martedì 2 febbraio 2010

NO THANKS (quella volta che entrando nel bagno turco rifiutai la saponetta e feci bene)

Era prevedibile che di tre mesi di storie d'avventure, alla fine avrei trovato un apice d'entrambe, pericoloso, come ogni apice. Perché adesso c'ho la best one, quella da raccontare. Oddio, ci sarebbero tante storie con i bambini, altre con il cibo, l'India me ne ha regalata una per ogni occasione. Ma questa ha un gusto diverso. Ecco, alcuni li chiamano diversi, che brutto -semmai uguali-, altri culattoni, riduttivo -usano molto più del culo-, altri ancora deviati -perché la via chi la stabilisce?-, io d'ora in poi li chiamerò Turchi. Ma solo perché Istanbul m'è sembrata davvero GayFriendly. Città a misura per chi ama lo stesso sesso suo, per discrezione e opportunità, almeno credo da quello che vedo in giro (d'altronde sono nella stessa città dove un grandioso edificio come l'Aya Sofia, è ora una delle moschee più famose del mondo, con ancora nella cappella principale la Madonna e il suo Bambino a quadrettini bizantini). Chi non li può "accettare", basta che se ne sta alla larga. Io, ho fatto tutt'altro. Il primo e ultimo giorno da solo ad Istanbul, dopo avermi girato mezza città sotto la pioggia e capito quanto mi sia piaciuta, decido di dedicarmi l'ultimo sfizio per regalarmi quella che chiamerei Sindrome di Istanbul, ovvero doversene andare con qualcosa che ti è rimasto invece qua. Magari disteso lungo su di un marmo bollente. Parlo del Bagno Turco. Così giusto per cacciarmi nei guai, mi butto dentro l'Haman per Gay. Premetto che, picked by LonelyPlanet, me lo aspettavo diverso. Lo trovo, dopo un tram, una funicolare e un paio di converse annegate nelle pozzanghere inevitabili di una Istanbul monsonica. Lo trovo in pessime condizioni, in strada me lo sconsigliano, dalle scritte sembra molto anni sessanta (e non per i pois, ma per il design datato), ma entro. Ambiente buio, quattro cabine a destra, quattro cabine a sinistra, otto in tutto le paia di scarpe ai piedi di ognuna. In fondo alla sala due stufette e tre vecchietti, il più giovane si avvicina, mi scambia per l'ennessima volta per Turco (così come nel tram e nella funicolare, gente a chiedermi informazioni), non parla l'Inglese, così prende un foglio e ci scrive "20" sopra, okkei, lo seguo. Piano di sopra, asciugamani retrò a quadrettoni appoggiati dappertutto ad asciugare, apre la prima cabina a destra, è buia, non funziona la luce, mi passa uno di quegli stracci, è rosso e rosa, mi dice come metterlo e mi infila lui ciabatte di quattro numeri più grandi, tento di fare delle foto a quello scempio di cabina e di calzature ma la condensa arriva fino al piano di sopra e la fotocamera la soffre. Vado per togliere le mutande, poi ci ripenso, le tengo, perché credo sia meglio avere il culo gelato poi piuttosto che un gelato nel culo. Vado, scendo, deciso, entro, nessuno mi guida. Tento più porte in un cunicolo di vapore, poi da una porta esce uno grasso grosso coi i peli a pelle sulla schiena e l'asciugamano a sottana verde e blu, mi vede e cambiando direzione -rientrando- mi invita. C'è una stanza di marmo con tutto intorno una panca con cinque fontanelle per parte, ad ogni fontanella c'è un uomo e la sua sottana. Se ne libera una e la prendo con l'intenzione di non lasciarla mai. C'è un palchetto in mezzo sempre di marmo, due varchi che portano ad altre stanze comuni e una porta, anzi la porta, che dove porta non so, sarà il mio passatempo nell'ora di sudore, giocare a scoprire dove. Prima impressione: oddio quanto sono gay tutti questi intorno a me, ma poi penso che di fondo il bagno turco tra uomini sia di per se una cosa da gay, allora mi tranquillizzo che la stessa situazione si sarebbe verificata negli altri -più blasonati- haman della città. Questo è sporco, direi indecente. M'accorgo subito che oltre al grosso grasso anche tutti gli altri c'hanno l'asciugamano verde e blu, così io rimango l'unico con quello rosso e rosa, come ad etichettare la "carne fresca" appena entrata. Tranquillo, comincio a dimenticare i gusti sessuali di tutti apprezzando il contrasto dell'acqua gelata che mi butto addosso con una scodella, in realtà nessuno m'ha detto come fare. Comincio pure a rimpiangere quelle brochure dei blasonati con il marmo piastrellato e gli inservienti in divisa. Per sapere cosa fare, il brutto è che vorrei cercare in giro con lo sguardo suggerimenti, ma appena provo smetto, uno- nessuno sa farsi il bagno turco qua dentro come le brochure insegnano, due- capisco che tutto qua è un gioco di sguardi e di cambio di posto, è eccezionale come siano discreti, eppure si stanno corteggiando, tutti, uno ad uno, l'uno l'altro, prima con uno, poi con l'altro, e quella porta misteriosa, che si apre, si chiude, si riapre, entrano, escono, rientrano, perdo il conto e non riesco a segnalare i movimenti dell'uno e dell'altro, dopo dieci minuti sono già a mio agio con la temperatura e le secchiate di gelo che mi frusto, rimango seduto schiena al muro nella posizione del loto con la mia sottana che nessuno sa c'ha pure le mutande, gli altri stanno chi disteso chi gironzola chi seduto come me -ma senza loto-, c'è molta agitazione, nessuno è rilassato, tutti sono in cerca di qualcosa, e quel qualcosa non sembra poi così difficile da ottenere viste tutte le volte che si apre quella porta, decido che quello è il bagno e mi tranquillizzo. Poi, però, interpreto meglio le posizioni, perché chi sta disteso, tiene le gambe aperte, e il pisello si vede benissimo, perché chi va gironzolando, si aggiusta troppo spesso la sottana aprendola e il pisello si vede benissimo, perché chi sta seduto sta seduto per farti vedere il pisello benissimo. Decido al terzo pisello di starmene un altro poco e poi andare. Ma è proprio qui, all'apice dell'apice, che l'avventura diventa storia da Big Fish. Cominciano i contatti. Inevitabili. Non li biasimo.

Turco n°1 - IL SORDOMUTO DAL SORRISO DA SCEMO / Gira da un quarto d'ora tre le stanze, c'ha un sacco di tick e il sorriso stampato. Poi si ferma davanti a me, seduto sul palco centrale. Parte il contatto. Non capisco se sia sordomuto o quello è il suo modo di farmi i gesti con le mani per dirmi che il mio pizzo gli piace (tra i gesti c'è pure il segno delle corna, magari è fidanzato) e non capisco neanche se sia scemo o cosa o quello è il suo modo di farmi i sorrisi per indicarmi quella porta "per andare in bagno". Comunque sia, rifiuto e vado avanti.

Turco n°2 - IL BULLETTO CON LA MANO LUNGA / Anche lui gira da un quarto d'ora tra le stanze e la porta (è decisamente più carino -o più incontinente- degli altri). E' il belloccio dell'haman. Barba incolta, sguardo da duro, fisico scolpito, cicatrice addominale e sottana a scoprire i peli pelvici. Lui è il bulletto, si avvicina a tutti. Adesso tocca a me. Bulletto: -Gay?!- Ed io, non so cosa mi passa per la testa, tra il -No- e "lo scappare via" mi viene da dire -Yhea, but I have a boyfriend in Italy-. Non capisce l'Inglese, capisce solo boyfriend, e mi indica il mio vicino che lo aveva rifiutato poco prima. Il primo caso di incomprensioni linguistiche che salvano il culo, invece che comprometterlo. Ma, prima di abbandonarmi, mi da una bella palpata al polpaccio sale fino al ginocchio massaggiando, solo al quel punto il mio gay latente lo ferma, lui si alza, e abbandonandomi si lascia strusciare la mano sul mio di pisello, non trovandolo -ovviamente- pronto. Comunque sia, rifiuto e vado avanti.

Turco n°3 - DIREI CHE ERA IL CASO DI EVITARLO. Così, mi strizzo addosso la sottana mezza calda, mezza fredda, saluto tutto l'ambaradam con un mezzo cenno della testa acha-acha.

Decisamente l'apice delle mie avventure. Pericolosamente l'apice.

N.B. Uscendo prima che i vecchietti mi ungessero i capelli con del succo di limone, noto nei cunicoli di vapore, il bagno delle saune, eccolo il bagno, allora quella porta...

lunedì 11 gennaio 2010

VEDI (ovvero non vedo l'ora)

Sono giorni che son tornato dal viaggio che forse m'ha reso un po' più grande. Non credevo di scoprirmi viaggiatore, ma lo zaino a pesare sulle spalle e le mutande a lavare nel lavandino hanno rivelato un altro me. Sono giorni -pure- che provo a scrivere per distrarmi dalla cosa che m'ha fatto capire che grande non lo sono affatto. Adesso ci provo per davvero. Potrei provare a raccontarne cento d'avventure, tutte da ridere e pure da piangere. Dal mio arrivo in paradiso come l'unico diavolo d'occidente (vedi Kerala God Own Country) a Sohnida sciacquata e risciacquata in riva al fiume (vedi sogno da bambino), dalla diarrea nella latrina dell'orto nell'unica città fredda nel raggio di diecimila kilometri (vedi Munnar) allo sciopero degli operai comunisti protestando senza senso in Malayalam insieme a loro (vedi solo la falce, senza martello), dalla ragazza francese abbandonata a metà strada perche c'ha provato con me con la scusa di un bagarozzo (vedi crocoge) alla ragazza tedesca tanto carina perché praticamente uguale a Marzia Fares (vedi non posso andare con Marzia Fares), dalla sottana che mi sventolava tra le gambe (vedi Lungi) ai sorrisi degli uomini, le gote rosse delle donne e quella bambina che tirava il sari della mamma indicando me (vedi ricordo più bello), dalla birra servita dentro la caraffa del thé (vedi proibizionismo del Kerala) al WaterMelon Juice -assaggiato a colazione da una ragazza inglese- corretto vodka (vedi sesso-droga-rockandroll di Goa), dalla canoa che lenta penetra la giungla di cocco (vedi Backwaters di Allepey) alla bicicletta che a fatica risale massi rotondi buttati sulla terra come dadi (vedi Hampi), dalle samosa, banane fritte e frittellette mangiate per la strada (vedi cose che la Asl non potrebbe nemmeno immaginare) alla pasta all'uovo fatta a mano di un ristorante con quattro tavoli e dieci sedie di un Indiano di Hampi mai stato in Italia (vedi Simone Panettoni 1 – Lonely Planet 0), dalle gengive rovinate di rosso Pan dei tassisti poveracci come li ho trattati (vedi non sanno una parola d'Inglese) ai sorrisi che vengono a morderti un pezzo di cuore dei bambini di un villaggio (vedi è bastata una penna per la scuola ciascuno). Potrei provare a prenderne una qualsiasi -di emozione- e raccontarla per bene. Ma mi viene solo in mente l'ultima notte, passata sul pavimento del corridoio del bus per Bombay, a vomitare e vomitare quello che speravo fosse un Lassi andato a male invece ero io che non riuscivo a crederci (vedi amico mio di resistere, dormi un altro poco che ti rimettono apposto, fai come Bombay, dove tutto è in equilibrio sopra la follia di sopravvivere con niente in mezzo a tutto, resta pure tu in equilibrio sopra la voglia di dire -non è successo niente, ricostruiremo tutto-).