giovedì 12 novembre 2009

PIOVE SULLA MIA CAMICIA (ovvero quella volta che pioveva che Ganesh la mandava, il governo l'allarme diramava ma solo di lacrime di gioia si trattava)

Ho appena prenotato. Sei giorni, cinque notti, due voli, due autobus, un treno, un buon compagno per metà tragitto (Mazzy, un abbraccio affettuoso che sicuramente ci sta seguendo da casa), da solo per l'altra metà, Delhi, TajMahal, Jaipur, Amber, ma soprattutto Elefante. Faccio tutto questo per lui, per attaccarmi alla zampotta, abbracciarla e mettermi a piangere per quel sogno stupido che ti porti dietro da bambino e che manco lo zoo e manco il circo t'è riuscito mai a soddisfare. (Parto il venti). Vorrei parlare di tutto e di niente. Delle molte cose che succedono sopra i miei piedi, che accadono sotto i miei occhi e che alla fine sfuggono a tutti gli altri sensi -perchè se te le tieni dentro certe emozioni ti rovinano- non riesco a sceglierne una, due, nemmeno tre. Tante sono andate perse in qualche telefonata, alcune in certe risate, altre in forti silenzi. Nei pianti, no, in quelli certe emozioni restano. Ora ci volevano questi giorni di mari lontani per rendermi conto che mettersi a piangere scoprendo di avere una determinata famiglia fa parte delle cose per cui vale la pena vivere, e a non averci mai pensato prima, quando uno sta davanti allo stesso mare. Ma tornerò e cambierò. E darò un peso a certe cose. Perchè doveva arrivare il ciclone, l'allarme era arancione. Poi il ciclone s'è fermato sulla spiaggia. Ma io mi son bagnato lo stesso. Così ti ritrovi la mattina appena ti siedi in ufficio -e succede tutte le mattine- con la camicia bagnata dalle parole magiche di chi ti vuole bene e ha pensato bene -prima di andare a dormire- di darti delle lacrime come buongiorno -Dio benedica il fusorario-. Volevo parlare di quanto si mangia bene a Bombay, poi mi sono accorto di essere felice e m'è passato l'appetito.

Nessun commento:

Posta un commento